Non so cosa lo spinse a farlo, ma un giorno J mi annunciò che mi doveva parlare.
Sono stata per tutto il tempo sulle spine immaginando fosse arrivato il momento della resa dei conti.
In effetti, nonostante non fosse mai successo nulla, tutti pensavano a noi come una coppia.
Lo seguii fino a una piazza, con il sole basso che tagliava l'orizzonte, proiettando ombre sugli edifici antichi. Intorno a noi gruppetti di bambini giocavano a rincorrersi e disegnavano per terra con i gessetti. Si sentiva l'odore lasciato da una bancarella di pesce fresco appena smontata.
Non era il tipico luogo in cui succede quello che immaginavo sarebbe successo.
Mi sedetti sul bordo di un pozzo chiuso al centro della piazza, cercando disperatamente un modo di sdrammatizzare la situazione, per sfuggire al suo sguardo deciso.
Mi disse che aveva intuito che qualcosa non andava tra me e il mio ragazzo. Che a furia di stare insieme aveva sviluppato un istinto di protezione nei miei confronti, una sorta di ossessione, per cui era geloso di ogni ragazzo che mi si avvicinava. Che ogni volta che ero al telefono con Lui, gli bolliva il sangue.
Sentirlo parlare di queste cose, con il suo modo di fare impacciato e il suo fortissimo accento dialettale, mi inteneriva: ero felice, ma allo stesso tempo ero spaventata.
Mi stava dicendo proprio quello di cui avevo paura. Il nostro rapporto doveva per forza cambiare? Non ero ancora pronta per fare una scelta definitiva, non sarei stata assolutamente in grado di lasciare Lui per J, senza che il nostro rapporto ne risentisse.
Avevo voglia di piangere, ma capivo che non potevamo andare avanti per sempre così.
Quel giorno in realtà non risolvemmo nulla. Io gli spiegai le mie ragioni e lui mi spiegò le sue.
Non c'era bisogno di una dichiarazione ufficiale per farci rendere conto di ciò che c'era tra di noi.
Lo sapevamo già entrambi, ed entrambi sapevamo che non era quello il momento giusto.
Poco tempo dopo, J si mise con un'altra.
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